Un lavoro per Ervine

Un freddo così non lo faceva dai tempi in cui andava a scuola. Non bastava il cappotto, quello regalatogli il giorno del suo ultimo compleanno, non bastava il cappello di lana, quella spessa e pizzicosa e non bastavano i guanti, le moffole calde che gli aveva cucito la sua vicina, per evitare che il nasone di Eugine si congelasse e portasse con se il colore del tramonto, proprio sulla punta, con tanto di ghiacciolo finale. E giù con il raffreddore. Ma Ervine non ci pensava più di tanto. Quel torpore invernale non lo turbava come prima; aveva altro a cui pensare: finalmente, dopo tanto girovagare aveva trovato un lavoro. La Primus e Co. lo aveva assunto. Beh? Cosa c’è di strano? Tradurre le recensioni di film pornografici non era poi così deplorevole. Anzi! Si guadagnava bene, il giusto, insomma. Eppure il colloquio non sembrava andato affatto bene, quando Ervine si presento in sede. “Si accomodi, signor… Ergine?” “Ervine, …Ervine” disse, fra se e se. “Insomma, si, Ervine, come dice lei”, disse la presidente della società. La dottoressa Grubell era una donna sulla quarantina, bassina, minuta e con un ciuffo di capelli neri neri che gli spuntava dall’elastico giallo ocra che aveva usato per legarli. C’era del fumo nella stanza e odore di acrilico, un odore forte e pungente che non andava molto d’accordo con il raffreddore di Ervine. La Grubell si sedette subito e accavallo le gambe, qualcuno se l’aspettava diversamente, invece la Grubell non aveva nemmeno idea di cosa fossero fascino e sensualità.  Socchiuse gli occhi, si soffiò il naso e si sedette. “Allora, lei ha un discreto curriculum”, disse ad alta voce. Ervine non era affatto timido, ma quel giorno si sentiva come un piccolo ed insulso omino. Prese fiato, soffiò ancora il naso e favellò a gran voce…

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